André Walder, Lei insegna da circa 35 alla Scuola professionale arti e mestieri di Coira. Si ricorda ancora il Suo primo giorno? Cosa Le è rimasto impresso in modo particolare?
Sì certo e molto bene. Quando per la prima volta si sta di fronte a circa 20 studenti, un certo nervosismo è del tutto normale. Mi ricordo in particolare la sfida non solo di trasmettere competenze specialistiche, bensì di entusiasmare dei giovani per la loro professione.
Se confronta la Scuola professionale arti e mestieri di oggi con quella di un tempo, cosa è cambiato di più in questi 35 anni?
All’epoca, la lavagna, il retroproiettore e il materiale didattico illustrativo erano gli strumenti metodologici più importanti. Oggi, proiettori, diverse piattaforme didattiche digitali, filmati didattici e numerosi altri strumenti digitali fanno parte a pieno titolo delle lezioni. Al giorno d’oggi le possibilità sono decisamente più diversificate.
Nel corso di questi anni ha accompagnato diverse generazioni di apprendisti. Come sono cambiati i giovani?
Insegno principalmente a selvicoltrici e selvicoltori. Di solito sono dei veri appassionati del proprio lavoro – in senso positivo. Lavorano su terreni impervi, sotto la pioggia, in inverno con temperature sotto lo zero e in piena estate sotto un sole cocente, eppure operano nella natura con grande entusiasmo. Il lavoro di squadra fa parte della loro realtà fin dall’inizio. Sotto questi aspetti, i giovani professionisti non sono cambiati quasi per nulla nel corso degli anni. Sono invece cambiati, in parte, i requisiti scolastici. Oggi constatiamo che una certa percentuale di apprendiste e apprendisti inizia il percorso formativo con lacune nelle competenze di base come la lettura, la scrittura e il calcolo. Colmare queste lacune e sostenere debitamente le apprendiste e gli apprendisti fa oggi parte in misura maggiore della nostra missione formativa.
Oggi i giovani sono realmente meno resistenti e motivati, come talvolta si sostiene, oppure è piuttosto la società, e con essa il modo di rapportarsi con i giovani, ad essere cambiata?
Il rapporto della società con i giovani è molto cambiato. Alcuni crescono in un ambiente molto protetto e all’inizio dell’apprendistato devono dapprima abituarsi agli standard del mondo del lavoro. Proprio durante il primo anno è quindi importante accoglierli al meglio nel mondo del lavoro, promuovere la loro autonomia e la loro capacità di resistenza e sviluppare ulteriormente la loro motivazione.
Quali competenze possiedono le apprendiste e gli apprendisti di oggi che i giovani di 20 o 30 anni fa non avevano quasi per nulla?
Oggigiorno molti si presentano sicuri di sé, manifestano chiaramente i loro bisogni e hanno grande dimestichezza con i media digitali. Questa apertura può essere un punto di forza, se al contempo imparano ad assumersi responsabilità e a integrarsi in un team.
E viceversa: ci sono caratteristiche o competenze per le quali Lei direbbe: «A volte mi piacerebbe che ce ne fossero un po’ di più oggi»?
Talvolta auspico maggiore orgoglio professionale e identificazione con la professione che si vuole apprendere. Chi ha piacere a fare il proprio lavoro, si assume responsabilità e si impegna, spesso cresce particolarmente bene anche dal punto di vista tecnico-specialistico.
Com’è cambiato il Suo ruolo? In passato l’insegnante della scuola professionale era principalmente un trasmettitore di conoscenze, mentre oggi è sempre più anche un coach, un accompagnatore e una persona di fiducia?
Con Internet, le piattaforme didattiche digitali e l’insegnamento orientato alle competenze operative, il ruolo dell’insegnante di scuola professionale è cambiato notevolmente. Oggi siamo meno semplici trasmettitori di conoscenze e più accompagnatori nell’apprendimento, coach e talvolta anche persone di fiducia. Le conoscenze specialistiche rimangono importanti, ma è altrettanto fondamentale aiutare le apprendiste e gli apprendisti a pensare in modo autonomo, a risolvere i problemi e ad assumersi la responsabilità del proprio processo di apprendimento.
35 anni fa non esistevano né gli smartphone né i social media e neppure l’intelligenza artificiale come la intendiamo oggi. Quanto ha pesato la digitalizzazione nel cambiamento dell’insegnamento?
La digitalizzazione può arricchire enormemente l’insegnamento e aprire anche molte nuove possibilità. Tuttavia, non è decisivo se vengano o meno impiegati mezzi digitali, bensì come e con quale valore aggiunto a livello pedagogico. Digitale non significa automaticamente migliore. Lo strumento idoneo deve essere in linea con l’obiettivo didattico e con la situazione in cui si svolge l’insegnamento.
È cambiato di conseguenza anche il modo in cui i giovani imparano, si concentrano e assimilano conoscenze?
Ho l’impressione che un forte e poco ponderato utilizzo di piattaforme che propongono brevi video come TikTok o Instagram possa pregiudicare la capacità di concentrazione. Durante le lezioni a volte si nota come sia diventato più difficile mantenere l’attenzione su un compito per un tempo prolungato. È quindi ancora più importante promuovere un uso consapevole dei media digitali, nonché la concentrazione, la perseveranza e l’apprendimento autonomo.
Proprio nei mestieri dell’edilizia hanno fatto il loro ingresso nuove tecnologie e nuovi macchinari, la progettazione digitale e nuovi materiali. In che misura sono cambiati i profili professionali?
Negli ultimi anni i profili professionali nel settore edile hanno subito profondi cambiamenti. Le nuove tecnologie, i macchinari moderni, i processi di progettazione e misurazione digitali, nonché i nuovi materiali hanno semplificato, accelerato e, in alcuni casi, trasformato radicalmente molti processi lavorativi. Allo stesso tempo, ciò ha reso necessarie nuove competenze. Oggi i professionisti non devono solo possedere abilità manuali, ma anche essere in grado di utilizzare in modo sicuro ed efficiente strumenti digitali e macchinari moderni. Nonostante questa evoluzione, le competenze tecniche e artigianali rimangono fondamentali. Nella formazione è necessario continuare a trasmetterle, comprenderle ed esercitarle in modo pratico. Solo chi conosce i nessi fondamentali è in grado di utilizzare in modo sensato le moderne tecnologie, valutare i risultati del lavoro e reagire correttamente in caso di problemi. I profili professionali si sono quindi evoluti da professioni di natura puramente artigianale a una combinazione di artigianato, tecnologia e competenze digitali.
Ci sono cose sulle quali dopo 35 si sente di dire: questo non è per nulla cambiato e va bene anche così?
Ciò che non è cambiato in tutti questi anni e che, si spera, non cambierà mai, è il nostro elevato standard di qualità. Da noi si lavora ancora a livelli molto elevati. Quando, per esempio, osservo i mobili che le nostre apprendiste e i nostri apprendisti falegnami espongono anno dopo anno a «Holz kreativ», rimango sempre colpito dalla precisione e dall’abilità artigianale con cui questi pezzi vengono realizzati. È proprio questa esigenza di precisione e qualità che contraddistingue i nostri professionisti e li rende forti.
Probabilmente lungo il Suo percorso professionale ha accompagnato migliaia di giovani. Cosa rende un giovane una buona o un buon apprendista?
Per me la volontà è fondamentale. Chi vuole imparare bene non deve saper fare tutto fin dall’inizio, ma deve avere la volontà di diventare un buon professionista. Ne sono convinto: dove c’è la volontà, c’è anche una strada. Chi è disposto a imparare, ad assumersi responsabilità e a lavorare su sé stesso può ottenere grandi risultati. Le lacune nelle conoscenze possono essere colmate e le competenze possono essere esercitate. Ciò che conta è l’atteggiamento. A volte occorre anche la disponibilità a fare uno sforzo in più e a non arrendersi subito quando le cose si fanno difficili. Per me questo atteggiamento è più importante di condizioni di partenza perfette.
E secondo Lei, cosa contraddistingue un’azienda formatrice davvero valida?
Innanzitutto, vorrei sottolineare che disponiamo di moltissime aziende formatrici di qualità. Oggi le maestre e i maestri di tirocinio sono consapevoli che non si limitano a impiegare apprendiste e apprendisti, ma formano i professionisti e gli specialisti di domani. Una buona azienda formatrice affida quindi ai giovani delle responsabilità il prima possibile. Le apprendiste e gli apprendisti dovrebbero poter svolgere in modo sempre più autonomo mansioni adeguate al loro livello di formazione. Allo stesso tempo hanno bisogno di una buona guida, di feedback sinceri e di sostegno quando non riescono ancora a fare qualcosa. Le esperienze di successo sono particolarmente importanti. Chi si rende conto che gli viene data fiducia e che sta facendo progressi sviluppa fiducia in sé stesso e passione per il proprio lavoro. Questo motiva e getta le basi affinché una/un apprendista diventi, passo dopo passo, un professionista autonomo e responsabile. Alla fine, un apprendistato dovrebbe sempre rappresentare una situazione vantaggiosa per entrambe le parti. L’apprendista riceve una formazione solida e cresce sia dal punto di vista professionale che personale. L’azienda formatrice, dal canto suo, forma professionisti ben preparati, di cui il nostro settore avrà bisogno anche in futuro.
Com’è cambiata negli anni la collaborazione fra scuola professionale, aziende formatrici e genitori?
La collaborazione tra la scuola professionale e le aziende formatrici è stata buona nel corso degli anni e lo è ancora oggi. Sono cambiati soprattutto i canali di comunicazione. Grazie alla digitalizzazione, lo scambio è diventato più semplice, veloce e trasparente. Per esempio, le assenze e i voti sono immediatamente consultabili dalle aziende formatrici. Ciò consente, se necessario, di intavolare tempestivamente dei colloqui e di cercare soluzioni insieme. La collaborazione con i genitori riveste un ruolo piuttosto secondario nella quotidianità della scuola professionale. Finché le apprendiste e gli apprendisti sono minorenni, i genitori vengono coinvolti in caso di difficoltà significative o situazioni particolari. Si tratta tuttavia piuttosto di casi isolati. In linea di massima, durante l’apprendistato professionale è sempre più rilevante la responsabilità personale dell’apprendista. Nel complesso, la collaborazione oggi non è necessariamente più intensa rispetto al passato, ma grazie alle possibilità offerte dal digitale è diventata più rapida, diretta e trasparente.
Oggi molte aziende faticano a trovare un numero sufficiente di apprendiste e apprendisti idonei. 20 o 30 anni fa la carenza di nuove leve era già un tema oppure è una nuova dimensione?
La carenza di nuove leve era già un tema in alcune professioni anche 20 o 30 anni fa. Oggi, tuttavia, la situazione si è notevolmente aggravata. A mio avviso, una delle ragioni principali è il cambiamento sociale. In passato, i mestieri artigianali godevano di maggiore considerazione. Oggi molti genitori associano la frequenza del liceo e il successivo studio universitario a migliori prospettive future e a un avanzamento sociale. Agli studenti dotati viene talvolta consigliato di intraprendere una carriera accademica piuttosto che un apprendistato professionale. Allo stesso tempo, è cambiata la reputazione sociale di molte professioni artigianali. In alcuni casi, chi svolge un lavoro fisico e torna a casa la sera con gli abiti da lavoro sporchi gode, nell’opinione pubblica, di minore considerazione rispetto a chi lavora in ufficio. Spesso si trascura quanto siano oggi impegnative, versatili e ricche di responsabilità molte professioni artigianali e quali buone opportunità di formazione continua e di carriera offrano. Questo sviluppo ha sicuramente aggravato la carenza di nuove leve in molti settori. Tuttavia, esistono grandi differenze tra le singole professioni. Mentre alcune professioni con apprendistato continuano ad essere molto richieste, altre hanno sempre più difficoltà a trovare un numero sufficiente di apprendiste e apprendisti idonei.
Proprio i mestieri artigianali hanno in parte difficoltà ad attrarre i giovani. Cosa deve succedere affinché queste professioni tornino ad essere maggiormente considerate e apprezzate?
In Svizzera, con il sistema di formazione duale, abbiamo fatto una grande conquista. Un apprendistato offre ai giovani un ingresso diretto nel mondo del lavoro e, allo stesso tempo, moltissime opportunità di formazione continua e di sviluppo professionale. Ho però l’impressione che nella nostra società questo percorso formativo non goda più del riconoscimento che in realtà merita. A questo proposito ritengo che la responsabilità ricada anche su quelle persone e istituzioni che influenzano il dibattito pubblico sull’istruzione e sul successo professionale. La politica, le scuole e i media dovrebbero comunicare con maggiore forza che un apprendistato non è un percorso formativo di seconda classe. Un liceo seguito da studi universitari non è automaticamente la strada migliore. Ciò che conta è individuare il percorso più adatto alle capacità, agli interessi e ai punti di forza di un giovane. Inoltre, i mestieri artigianali devono mostrare ciò che offrono realmente oggi. Molte di queste professioni sono tecnicamente impegnative, variegate e comportano grandi responsabilità. Allo stesso tempo, offrono eccellenti opportunità di perfezionamento e di carriera, fino alla formazione professionale superiore, a ruoli dirigenziali o a un’attività in proprio. Se vogliamo attirare nuovamente un maggior numero di giovani verso queste professioni, non dobbiamo quindi limitarci a pubblicizzarle meglio. Dobbiamo soprattutto cambiare la percezione sociale della formazione professionale. Un buon apprendistato dovrebbe tornare ad essere percepito per quello che è: un percorso formativo impegnativo, prezioso e orientato al futuro.
Che ruolo svolgono in questo contesto eventi come «Fiutscher»? Quanto è importante che i giovani non si limitino a vedere una professione sullo smartphone, ma possano viverla, provarla e parlare con i professionisti del settore?
Eventi come «Fiutscher» sono molto importanti per il reclutamento di nuove leve in tutti i settori professionali. Consentono ai giovani di conoscere direttamente le professioni, porre domande e provare in prima persona le attività. Almeno altrettanto importante è il successivo stage di orientamento professionale. Uno stage ben organizzato all’interno di un team motivato e che valorizza le proprie collaboratrici e i propri collaboratori può contribuire in modo decisivo a suscitare l’entusiasmo dei giovani per una professione e per un’azienda formatrice.
Dopo circa 35 anni nel settore della formazione professionale, ha assistito a numerose riforme e cambiamenti. Cosa è chiaramente migliorato nella formazione professionale e in quali ambiti forse abbiamo preso la direzione sbagliata?
Molte riforme hanno indubbiamente migliorato la formazione professionale e l’insegnamento. Per me, tuttavia, è importante che le innovazioni non vengano introdotte solo per il gusto di innovare, ma laddove apportano un reale valore aggiunto. Spesso la combinazione più efficace è quella tra metodi collaudati e nuovi approcci. Non tutto ciò che è vecchio è negativo e non tutto ciò che è nuovo è automaticamente migliore.
Se ripensa ai tanti ex apprendisti e apprendiste: ci sono incontri o storie che Le sono rimasti particolarmente impressi fino ad oggi?
Oh sì, potrei raccontare molti aneddoti. È particolarmente bello quando ex apprendiste o ex apprendisti mi avvicinano dopo decenni e mi raccontano quale percorso professionale hanno intrapreso. Allora ci si rende conto che, pur accompagnando i giovani solo per un breve periodo della loro vita, a volte si è comunque riusciti a trasmettere loro qualcosa di duraturo.
Cosa L’ha motivata personalmente, dopo tutti questi anni, a continuare a lavorare con i giovani e a impegnarsi a favore della formazione professionale?
Il mio percorso professionale è iniziato con un apprendistato come selvicoltore e, ancora oggi, il mio cuore batte per i mestieri forestali. Se oggi dovessi scegliere di nuovo una professione, opterei ancora una volta per lo stesso percorso. Questo legame con la professione mi ha motivato in tutti questi anni a impegnarmi a favore dei giovani e della loro formazione. Per me è importante trasmettere la mia esperienza e il mio entusiasmo per questo mestiere e accompagnare le apprendiste e gli apprendisti nel loro percorso verso la vita lavorativa. Vederli crescere, assumersi responsabilità e trovare la propria strada è per me, ancora oggi, un compito molto bello e arricchente.
Proviamo a predire il futuro: come sarà la formazione professionale tra dieci o venti anni? L’intelligenza artificiale cambierà ancora una volta radicalmente l’insegnamento e il mondo del lavoro?
L’intelligenza artificiale non sostituirà artigiani come carpentieri, falegnami, muratori o selvicoltori. Tuttavia, trasformerà anche queste professioni e fornirà un supporto sempre maggiore nella pianificazione, nella documentazione, nella raccolta di informazioni o nella formazione. Le professioni con un’elevata percentuale di attività di routine standardizzate, in particolare nel settore amministrativo, potrebbero trovarsi sotto maggiore pressione. Sarà fondamentale utilizzare l’intelligenza artificiale in modo sensato come strumento e, allo stesso tempo, preservare la capacità di giudizio tecnico dell’essere umano.
Se oggi dovesse ricominciare da zero la sua attività alla Scuola professionale arti e mestieri, cosa farebbe allo stesso modo e cosa forse in modo diverso?
Alcune sequenze didattiche, per esempio quelle relative alla sicurezza sul lavoro, le insegno volutamente in modo piuttosto rigoroso e coerente. In questi ambiti ho poco margine di manovra, perché gli errori possono avere gravi conseguenze. Ho mantenuto questo atteggiamento chiaro fino ad oggi. Ciò che è cambiato nel corso degli anni è il mio approccio con gli studenti più in difficoltà. Da giovane insegnante avevo l’ambizione di guidare il maggior numero possibile di studenti verso il superamento della procedura di qualificazione e il conseguimento dei voti migliori possibili. A volte, però, le mie aspettative erano forse più elevate di quanto fosse realmente necessario per il singolo studente in quel momento. Con il passare degli anni ho constatato che i risultati scolastici e i voti d’esame non dicono tutto sullo sviluppo professionale futuro. Anche le apprendiste e gli apprendisti che durante la formazione hanno incontrato difficoltà e hanno superato la procedura di qualificazione per un soffio sono poi diventati professionisti eccellenti e apprezzati. Oggi, quindi, mostro maggiore pazienza e comprensione nei confronti degli studenti più in difficoltà e cerco di tenere maggiormente conto dei loro punti di forza individuali. Non ho però rinunciato alle mie aspettative nei loro confronti. Sono però diventato più pacato e so per esperienza che non tutti gli apprendisti e le apprendiste dimostrano il proprio potenziale nello stesso momento. A volte ci vuole semplicemente un po’ più di tempo prima che qualcuno diventi un buon professionista.
E per concludere: se Lei dovesse riassumere in una frase i Suoi circa 35 anni alla Scuola professionale arti e mestieri, cosa direbbe?
In questi 35 anni sono cambiate molte cose, ma per me è rimasta intatta la gioia di entusiasmare i giovani per la loro professione e di accompagnarli per un tratto della loro vita professionale.